Le città moderne e il recupero del patrimonio esistente

A Milano, dagli spazi di un’ex fonderia è stato ricavato un piccolo loft. Alcune modifiche hanno permesso di riqualificare l’edificio, ottenendo prestazioni energetiche ottimali, con un minimo impatto ambientale. Il recupero di spazi in disuso minimizza l’impatto sull’ambiente e permette di riqualificare il patrimonio esistente.

In una visione centrifuga la città europea ci mostra, quasi sempre, un centro storico antichissimo, molte volte di notevole pregio, a cui via via si sono sommate addizioni architettoniche, grazie alle quali è possibile leggere lo scorrere del tempo.
Dal medioevo sino al 1800-1900 la gemmazione delle città, priva di un’urbanistica predeterminata, era il frutto di singole architetture di valore collegate e funzionanti in modo magistrale.
Ciò ha prodotto un assetto urbano a misura d’uomo, lontano dalla codificazione zonizzante e dai tristi risultati che possiamo leggere negli strati più moderni e recenti, negli ultimi anelli di accrescimento della città che sono diventati “non luoghi”, periferie.
Durante la rivoluzione industriale, la città si arricchisce, nelle aree libere di cintura, di grandi fabbriche e infrastrutture, ancora oggi veri capolavori di tecnica e proporzioni, mentre nel ’900 il trasporto individuale comporta un radicale riassetto delle infrastrutture viabilistiche che si ripercuote nel disegno della città che, da compatta, si sfrangia.
Il moto di espansione per molte città è necessariamente giunto a saturazione e si sta innescando un fenomeno contrario, centripeto, atto a recuperare il valore del patrimonio esistente e trasformarlo, senza demolirlo, per arricchirlo di nuove prestazioni. Non è infatti pensabile uno sviluppo infinito, avido di territorio ed energivoro, del nostro modo di costruire per continua aggiunta, all’esistente, di altri brandelli abitati. Molti edifici esistenti possono essere ri-plasmati, progettati per altre funzioni, sottoposti a metamorfosi più o meno spinte.

Un esempio a Milano: da fonderia a micro-loft

Ogni città ha vissuto la sua storia e, di conseguenza, evoluzioni socio-culturali e politiche peculiari che ne hanno determinato l’assetto e contraddistinto l’urbanistica e l’architettura, sia a livello compositivo che costruttivo. La Milano futurista di Sironi, che ne esaltava la modernità attraverso le ciminiere e le fabbriche della rivoluzione industriale, è ora inglobata da una periferia abitativa più esterna. Da margine è diventata centro e quegli stessi edifici che una volta alloggiavano la produzione industriale ora, inutilizzati e privi di vita, si prestano a nuovi usi, spesso abitativi, e sono diventati di fatto centro urbano, vista la loro prossimità alla cerchia storica, rappresentata dalle mura spagnole.
L’esempio in questione è emblematico perchè mostra le potenzialità del costruito esistente, della sua morfologia che spesso si presta a riconversioni, sia funzionali che tecnologiche del costruito, senza prevedere onerose demolizioni.
Il processo pensato da Arcoquattro Architettura è duplice: da un lato mantiene la sagoma storica predefinita (una piccola porzione di fabbrica degli inizi del ’900) e dall’altro “scava” forma e funzioni là dove erano assenti, sfruttando l’altezza dell’edificio e ricavando gli spazi abitativi.
I progettisti hanno sfruttato gli spazi in negativo, attuando una pseudomorfosi interna e usando come contenitore, calco da riempire, il manufatto esistente che è così divenuto un’occasione immobiliare e culturale.
Tutto ciò dialogando con il cliente, per definire volumi e materiali ricchi di eleganza sfruttando soluzioni a costo contenuto. Il vero lusso è infatti lo spazio con cui dialogare e fare vibrare il vuoto pre-esistente.

Materiali, luce, comfort e risparmio energetico

Nella casa si entra da un ampio serramento vetrato, direttamente nella zona living a piano terra verso cui danno la cucina a penisola e la zona fuochi di cottura. Dietro di essi vi sono il bagno e una piccola dispensa.
Dal soggiorno lo sguardo ruota all’insù e arriva libero sino alla carena di copertura. Lo spazio centrale è infatti a tutta altezza e la luce zenitale, proveniente da due finestre per tetti Velux inserite nella copertura, viene condotta dolcemente a tutti gli spazi grazie alla presenza di tagli nelle solette e al colore bianco dato all’interno della carena di copertura.
La zona notte, cui si accede da una scala metallica di valore scultoreo, è stata infatti ricavata con due soppalchi metallici (collegati da una struttura a ponte) che alloggiano il letto e una porzione studio.
I materiali utilizzati per l’involucro interno sono in gran parte il gesso rivestito, con cui sono state create le contropareti, i controsoffitti e anche le librerie, il legno e il metallo, lasciato grezzo per evocare la memoria industriale dello spazio preesistente che era una fonderia.
Le lamiere, scure e fredde, sono rivettate in modo “brut” lasciando a vista le connessioni e ciò contrasta con il “calore” visivo del pavimento a doghe lignee e degli arredi in acero sbiancato.
Chi fa esperienza di questo spazio “galleggia” nel vuoto in modo metafisico, pare su una barca (le doghe di abete ricordano quelle di una tolda) e la forma curvilinea della copertura è metafora di una vela gonfiata dal vento, da cui mirare le stelle.
L’interno è un capolavoro di design, progettato ad hoc, dove tutto funziona con equilibrio e dove la luce zenitale consente notevole comfort e risparmio energetico. Le finestre per tetti Velux in copertura garantiscono il funzionamento bioclimatico e innescano la ventilazione naturale. Vista la doppia altezza, il fornice centrale e la disposizione dell’alloggio incentivano un movimento ascensionale dell’aria che garantisce il lavaggio termico degli spazi che non necessitano di condizionamento.
Il recupero di questo edificio e di quelli limitrofi che prima erano gli annessi di una fonderia, così come del piazzale che è stato trasformato in un lussureggiante giardino, risarciscono la città di spazi che prima hanno sottratto verde e in gran parte prodotto inquinamento.

Un nuovo sviluppo urbanistico e un nuovo valore per le periferie industriali

Spesso queste evoluzioni urbane e il confronto che si crea tra preesistenza e contemporaneità architettonica, hanno segnato un nuovo sviluppo urbanistico e sociale delle città stesse, specialmente quando si tratta di architettura di pregio.
La nuova forma urbis creata dallo specifico operato di singoli architetti determina l’identità di una città. Proprio per edifici di minor pregio le strategie di intervento possono essere ricalibrate e adattate, sfruttando la costruzione stratificata a secco, dopo aver effettuato tutte le analisi e le verifiche di tipo statico, di stato del degrado e di durabilità della preesistenza.
Dal punto di vista energetico intervenire sul costruito diviene una strategia che minimizza l’impatto antropico di progettisti e costruttori poiché riduce sensibilmente il costo energetico ed economico delle demolizioni. Al contempo si aggiungono prestazioni mediante nuove stratificazioni funzionali, aperture finestrate, spazi interni in grado di cambiare il funzionamento fisico-tecnico degli edifici ma anche la loro stessa estetica.
Volumi che ormai erano solo una triste memoria della passata epoca industriale, ma anche le case degli anni ’60 – ’70, potrebbero diventare i nuovi fulcri urbani, esempi di un modo di progettare doppiamente sostenibile in quanto rispettoso del territorio e riqualificante dell’esistente.
L’attuale rigor mortis architettonico di una città come Milano (ma praticamente di tutte le città italiane), tradisce la sua complessità evolutiva passata e trascura il fatto che, in un tessuto denso come il nostro, una città che si trasforma implica anche una conservazione delle aree verdi di cintura, spazi e parchi che sono veramente in via d’estinzione.
Molti edifici, privi di valore storico, potrebbero modificarsi dentro se stessi come questo “micro-Loft”, ma anche cambiare “pelle” mediante un nuovo rivestimento superficiale.
Il triste patrimonio delle periferie e quello ormai abbandonato di derivazione industriale potrebbero acquistare valori: estetici, funzionali, prestazionali, economici, e divenire nuovi fulcri di una città policentrica. Le trasformazioni sul costruito portano ad una conquista dello spazio architettonico che diviene metamorfosi urbana, sempre più auspicata quando si tratta di trasformare le periferie da luoghi anonimi e a volte pericolosi a luoghi pieni di energia vitale e forieri di una nuova estetica post-industriale.

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Marco Imperadori
Ingegnere, PhD, Professore Associato presso il Politecnico di Milano, titolare della cattedra di ...
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