Da edificio industriale ad atelier di un'artista

Le Corbusier diceva che l’architettura è un equilibrio di volumi sotto la luce. La luce è elemento fondamentale quindi per esaltare gli spazi costruiti, esterni e interni, e lo è ancora di più per uno spazio in cui vive e opera un’artista.

La qualità della luce, la sua nitidezza o le sue sfumature, sono la materia quotidiana con cui Francesca Zoboli lavora e crea in un ex edificio industriale, parte di un ampio complesso a corte che ora forma un magico giardino nella prima periferia di Milano.
Il progetto pensato da Arcoquattro Architettura (Massimo Boffino, Max Casalini, Franck Nolesini) è quindi estroverso perchè mantiene all’esterno la sagoma storica della piccola porzione di fabbrica di fine ’800 e introverso perchè definisce la forma interna e le sue funzioni là dove erano assenti.
Si è sfruttata l’altezza dell’edificio che verso sud è doppia, mentre verso nord si organizza su due livelli abitativi.
In sostanza il grande spazio che dà sul giardino è la fucina delle idee dell’artista, in grado di ospitare anche tele di grandi dimensioni, mentre verso nord sono disegnati gli spazi di vita: cucina e servizi a piano terra, camere al piano primo.

Materiali semplici utilizzati in maniera intelligente

I progettisti hanno quindi sfruttato lo spazio interno concavo come contenitore, stampo da colmare e il manufatto esistente che è divenuto un’occasione sia immobiliare che culturale: un vuoto industriale, con le sue fascinazioni estetiche e tecnologiche, diviene luogo di contemplazione verso il giardino e di produzione di arte, come se al momento della produzione industriale ora seguisse il momento della natura e della creazione plastica.
Il dialogo dei progettisti con la cliente, ottima pittrice e decoratrice, è stato fondamentale per definire volumi e materiali ricchi di eleganza sfruttando soluzioni a costo contenuto dove il contrasto tra gli intonaci grezzi, l’acciaio lasciato al naturale e il legno definiscono un’estetica rigorosa.
Ancora una volta Arcoquattro Architettura mostra come il vero lusso non stia nel costo dei materiali ma nel modo intelligente di utilizzarli: acciaio, legno multistrato, gesso rivestito, sono materiali industriali, frutto di una filiera e utilizzarli in uno spazio ex-industriale è un modo sottile di rileggere la stessa storia dei luoghi senza mimetizzarli.
Lo spazio risultante è unico, rilassante e accogliente.
Le grandi vetrate a sud, verso il giardino, sono protette da una pergola su cui cresce un rigoglioso glicine. La copertura è carenata a tutta luce con tiranti in acciaio a vista.
In essa sono state inserite alcune finestre per tetti VELUX in grado di fornire la luce zenitale necessaria all’artista per elaborare i propri pensieri e fissarli su tela.
Il posizionamento nella calotta di copertura, mascherato da un controsoffitto in gesso rivestito, consente di orientare i fasci di luce esattamente nei luoghi operativi con possibilità di controllo automatico delle tende oscuranti.

La divisione degli spazi in un ambiente a doppia altezza

Si entra pertanto, dall’ampio serramento vetrato schermato in estate dal glicine, a piano terra, nella zona dove l’artista lavora e, di notte, dal giardino, è possibile vederla all’opera come fosse Pinocchio nella pancia di una balena.
Dall’atrio-atelier lo sguardo ruota all’insù e arriva libero sino alla carena di copertura in cui sono posizionate quattro finestre per tetti, due sul salone e due nelle stanze al primo piano.
Un’elegante e scultorea scala panoramica in acciaio, che è un chiaro omaggio a Luis Barragan, ma anche al minimalismo di Donald Judd, conduce al piano superiore e consente di avvicinarsi alla calotta bianca di copertura che accompagna la luce zenitale verso il basso.
L’apertura delle finestre in copertura consente di approfittare dell’effetto camino estivo e di evitare il condizionamento termico degli ambienti.
I materiali utilizzati per l’involucro interno sono, come detto, il gesso rivestito, con cui sono state create le pareti divisorie e i controsoffitti, mentre le librerie sono in legno e metallo, così come le porte scorrevoli che ricordano gli shoji giapponesi.
Le lamiere, scure e fredde, sono state rivettate, lasciando a vista le connessioni.
Ciò contrasta con la percezione calda del pavimento a doghe lignee e degli scorrevoli.

Il recupero di edifici esistenti e la nuova estetica delle città

La possibilità di muoversi liberamente in questo spazio fluttuante è una delle ragioni principali di comfort e di ispirazione dell’artista che è così liberata dalla città incombente e rutilante. Qui il tempo e lo spazio cambiano e cambia il loro rapporto.
La velocità rallentata e lo straniamento, sia dello spazio costruito che del suo intorno, sono gli ingredienti principali di cui si nutre l’artista, in grado così di liberare nuovi mondi e nuovi linguaggi.
Spesso queste evoluzioni architettoniche e il confronto dialettico tra preesistenza e contemporaneità hanno segnato un nuovo sviluppo urbanistico e sociale delle città.
Gli Arcoquattro determinano l’identità nuova di una città e proprio per edifici di minor pregio le strategie di intervento possono essere ricalibrate e adattate, sfruttando sistemi a secco.
Milano, e come lei molte delle nostre città, può rifiorire, letteralmente, recuperando gli spazi ex-industriali che ormai sono quasi il centro della città e che prima inquinavano.
L’evoluzione darwiniana delle costruzioni è perciò un’effettiva strutturazione di nuovi palinsesti tecnologici, ad alta efficienza energetica, su residui produttivi ormai abbandonati.
Una nuova estetica post-industriale si genera dall’accettazione del nostro passato e dalla sua conservazione, attraverso il cambiamento, per rimanere memoria e monito per il futuro.
Unire arte e architettura per sanare le ferite del passato industriale è un’operazione sottile ma molto efficace.
Qualcuno dice che “l’arte non si mangia”, però è maieutica e aiuta a sognare e pensare.

AUTORE
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Marco Imperadori
Ingegnere, PhD, Professore Associato presso il Politecnico di Milano, titolare della cattedra di ...
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