La ricerca del Politecnico di Milano per il recupero del costruito

Attuali trend di ricerca evidenziano che, data l’immensa quantità del costruito esistente rispetto al nuovo, se si vuole realmente affrontare il tema dell’efficienza energetica, del risparmio e della riduzione delle emissioni inquinanti bisogna agire con strategie di trasformazione, più o meno radicale degli edifici esistenti.

Attuali trend di ricerca e molte campagne di monitoraggio segnalano che il problema del recupero energetico (retrofit secondo gli anglosassoni) è cruciale se si vogliono perseguire reali politiche di risparmio energetico e di riduzione dei gas serra.
Studi francesi condotti su un campione di 450 alloggi 1 nell’area metropolitana parigina mostrano un fabbisogno energetico per gli edifici esistenti pari a 300 – 400 KWh/mq. anno (i dati italiani sono del tutto simili).
Questo parametro, di facile lettura, unito alle attuali norme di legge (che per il nuovo richiedono mediamente edifici con consumo minore o uguale a 70 KWh/mq anno) e all’immensa quantità del costruito esistente rispetto al nuovo, ci fa capire che se si vuole realmente affrontare il tema dell’efficienza energetica, del risparmio e della riduzione delle emissioni inquinanti bisogna agire con strategie di trasformazione, più o meno radicale del costruito.
Negli scorsi anni l’unità di ricerca del Politecnico di Milano guidata dal Prof. Giuseppe Turchini e dal Prof. Ettore Zambelli, Dipartimento BEST, sviluppò per il Ministero un’interessante lavoro dedicato al recupero del costruito (ricerca SsRrC) 2.
Tale lavoro ha prodotto ulteriori filoni specializzati fra cui gli attuali studi relativi al retrofit energetico e alla trasformazione bidimensionale-superficiale e tridimensionale-volumetrica del costruito mediante tecnologie S/R (struttura e rivestimento stratificate a secco).
In generale il paradigma S/R può introdurre per l’edificio un carattere “camaleontico”, mutandone in modo visibile o celato le caratteristiche e le prestazioni energetiche (migliorandole) così come quelle estetiche.

Recuperare il patrimonio esistente

Il moto di espansione per molte città è necessariamente giunto a saturazione 3 e si sta innescando un fenomeno contrario, centripeto, atto a recuperare il valore del patrimonio esistente, restaurarlo se è di pregio o trasformarlo, per arricchirlo di nuove prestazioni, quando di ordinario valore.
Non è pensabile uno sviluppo infinito, energivoro, del nostro modo di costruire che proceda per continua aggiunta all’esistente di altri brandelli abitati.
Nuove strategie in questa direzione sono chiaramente visibili in Francia, Germania, Inghilterra, dove molti edifici esistenti vengano ri-plasmati, progettati per altre funzioni, sottoposti a metamorfosi più o meno spinte.
La stessa crescita degli edifici su se stessi (valutando opportunamente le capacità statiche dell’esistente) mediante tecnologie costruttive stratificate a secco, indica sia un recupero di tipo energetico che una chiara decisione urbanistica atta a densificare la città e tutelare di riflesso le aree verdi, di frangia o rurali (con tutte le cautele del caso e differenziando tra centro storico e aree di cintura, ove l’operazione è auspicabile).
Costruire sul costruito4 e implementarlo, dopo aver effettuato tutte le analisi e le verifiche di tipo statico, di stato del degrado e di durabilità dell’esistente, dal punto di vista energetico diviene una strategia che minimizza l’impatto antropico delle azioni di progettisti e costruttori poiché tende ad eliminare o a ridurre il costo energetico ed economico di demolizioni, smaltimenti e al contempo consente di aggiungere prestazioni mediante nuove stratificazioni funzionali, aggiunte bidimensionali o addirittura tridimensionali, in grado di cambiare il funzionamento fisico-tecnico degli edifici ma anche la loro stessa estetica.

Recupero ad uso abitativo dei sottotetti e costruzione su coperture piane

La legge della Regione Lombardia n°15 del 15/07/1995 (che venne addirittura bloccata nel 2005 in Consiglio Regionale a causa degli scempi estetici che ha generato) riguardava il recupero dei sottotetti e ha spinto ad investire nella trasformazione dell’esistente.
Il limite evidente imposto dal legislatore, in quel caso, riguarda la definizione di “altezze medie” che ha generato la nascita degli “abbaini”, elementi costruttivi del tutto inadatti sia dal punto di vista spaziale, che funzionale che prestazionale ed energetico (sia per ciò che riguarda la luce naturale sia per le dispersioni termiche).
Non si comprende perché la legge non abbia guardato al passato, alla Parigi di Mansart (da cui “mansarde”…) o alla Vienna di Adolf Loos dove sopralzare e trasformare il costruito era una strategia che consentiva di incrementare, da 1 a 3 piani normalmente, ma con una copertura a falda o a carena del tutto funzionale e tecnicamente corretta.
Talvolta è anche possibile trasformare e migliorare le coperture piane di prefabbricati senza particolare valore e incrementarne lo stesso valore immobiliare arricchendoli di estensioni tridimensionali che ne sfruttano il piano di copertura.
Questa operazione migliora quindi anche la situazione termica estiva del precedente ultimo livello abitato (normalmente svantaggiato in estate a causa della presenza di tetto piano non ventilato).
Una stratificazione spaziale, intesa come palinsesto architettonico, si affianca ad una stratificazione (bi o tridimensionale) di nuove prestazioni tecniche, intesa come palinsesto tecnologico.
Il progettista ha a disposizione una tecnologia costruttiva diversa da quella ordinaria e mediante sistemi S/R si ottengono sopraelevazioni con pesi 6 – 8 volte inferiori rispetto all’uso di tecnologie a umido: quindi meno sollecitanti sulle membrature preesistenti.

Espansione delle città e riduzione delle dispersioni energetiche

L’involucro di copertura viene progettato in modo da evitare il più possibile le dispersioni energetiche, grazie a iper-isolamenti e finestre, sia a tetto che verticali, stratificate, a taglio termico, e con alte performance di resistenza termica.
E’ però anche possibile captare energia solare mediante sistemi fotovoltaici, oppure a scambio termico con acqua o semplicemente sfruttando il più possibile l’illuminazione naturale, che evita l’utilizzo di energia elettrica, o l’accumulo diretto di energia solare.
In questo modo il recupero di facciate e coperture diventa il pretesto per risparmiare energia, mediante involucri meglio isolati e ventilati, per produrla attraverso fonti rinnovabili (il sole) e per trasformare esteticamente intere porzioni di città.
Le città meravigliose del passato, frutto di stratificazioni nel tempo sia di stili costruttivi che architettonici, sono entità in divenire e già Leon Battista Alberti sosteneva che non vi fosse contraddizione tra conservazione e creazione architettonica perché i nuovi valori della città scaturivano proprio dalle sue trasformazioni.
Le espansioni sul costruito portano ad una conquista dello spazio architettonico senza implicare lo sfruttamento di nuovo terreno e la volumetria dell’architettura esistente può superare il limite della bidimensionalità della facciata (che pure può ri-stratificarsi e ri-qualificarsi) e si prepara ad orizzonti di metamorfosi urbana, sempre più appropriati ed auspicati quando si tratta di trasformare le periferie in “città” rispetto al non luogo che oggi rappresentano.
1 Fonte Le Monde pour Directmatin plus, mercoledì 25 giugno 2008.
2 Si vedano in proposito i testi di E.Zambelli, a cura di, “Ristrutturazione e trasformazione del costruito”, Il Sole 24 Ore, Milano, 2004 ; L.E. Malighetti, “Recupero edilizio e sostenibilità”, Il sole 24 Ore, Milano, 2004.
3 Massimo Cacciari sostiene che l’attuale città tende a diventare “territorio” e che, provocatoriamente, questa parola sembra avere la stessa radice di “terrore”.
4 Si veda anche il testo a cura di M. Imperadori, Costruire sul costruito, Carocci, Roma, 2001.

AUTORE
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Roberto Francieri
Architetto, PhD, Professore a Contratto presso il Politecnico di Milano, titolare del Laboratorio ...
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