Il progetto di recupero di uno spazio industriale

Il progetto di Rossana Severino riguarda il recupero di un ex opificio industriale situato nella periferia sud di Milano, in quella fascia di città che è ormai conurbata e non più industriale, ma che rimane come traccia morfologico volumetrica del passato produttivo che fu.

In realtà pare proprio di calarsi all’interno di un dipinto di Sironi, fatto di ciminiere, corti industriali e capannoni, che si rianima, terminato il periodo d’oro della produzione e della crescita industriale, grazie alla necessaria bonifica e trasformazione degli spazi e dei volumi che possono oggi diventare luoghi di vita o di lavoro.
Questo mostra come la città sia un organismo attivo, variabile, non fossilizzato e come le destinazioni d’uso delle sue parti siano in continua evoluzione e determinate dalle dinamiche produttive e sociali che si creano nelle metropoli europee a seguito del loro ampliamento, della globalizzazione e anche della praticità operativa.
Ciò che una volta era periferia oggi è più prossimo al centro, o meglio la città è di fatto poli-centrica, fatta più come una rete dove i diversi nodi rappresentano segni indelebili della storia passata, ma anche necessarie evoluzioni contemporanee, dove i manufatti esistenti divengono possibilità di espressione architettonica e di recupero.

Recupero, risparmio energetico e sostenibilità

Il processo di risparmio energetico e di sostenibilità in un intervento di recupero è evidente: evitare demolizioni significa risparmiare energia e materia. Riqualificare energeticamente significa migliorare l’impatto dei manufatti esistenti. Densificare la città portando abitanti nelle ex zone industriali significa salvaguardare la cintura verde (in questo caso il parco agricolo sud) ormai sempre più esigua (la Lombardia ha di fatto ormai saturato completamente gli spazi verdi di cintura).
L’intervento in oggetto, parte di una serie di porzioni ristrutturate da diversi progettisti, mantiene all’esterno la sagoma storica della piccola porzione di fabbrica di fine ’800 (un’ex fonderia) ed è quindi introverso perché definisce la forma interna e le sue funzioni dove queste erano assenti.
La progettista ha sfruttato l’altezza dell’edificio per ricavare due piani, uno a terra che ospita la zona living e cucina con lavanderia e uno a primo piano che ospita la zona notte e i servizi. Lo spazio si organizza quindi su due livelli abitativi: quello a terra open space con grandi aperture vetrate verso il giardino comune, quello a piano primo (mansardato con finestre a tetto VELUX) più intimo e fatto di spazi raccolti e definiti. In sostanza è come se il grande spazio che dà sul giardino fosse il luogo della vita comunitaria della famiglia, in grado di abbracciare con lo sguardo tutto il costruito, mentre le camere al piano primo sono il luogo dell’individualità di genitori e figli. Lo spazio interno concavo è il contenitore che da vuoto industriale diviene luogo di vita e di contemplazione del giardino e dei suoi alberi da frutto: la natura permea e estende l’architettura.

Divisione degli spazi e accorgimenti energetici

A piano terra gli arredi sono perimetrali e definiti da un’ampia libreria disegnata ad hoc e realizzata mediante struttura metallica e gesso rivestito. La cucina divide in due parti, che visivamente comunicano sempre, lo spazio dedicato ai pasti dal soggiorno che si conclude in una parete esaltata da uno smalto ocra sui cui si staglia una scala metallica con gradini in legno che, come una vibrazione, sale al piano superiore.
Tutta la struttura portante del piano primo è realizzata in putrelle d’acciaio lasciate a vista, a testimonianza di una volontà evocatrice del passato industriale, su cui poggia una struttura secondaria in legno stratificata a secco. Dal punto di vista energetico si è intervenuti attraverso un cappotto termico e serramenti a taglio termico e vetro camera mentre la copertura, su struttura lignea stratificata a secco e isolata, è completata da un pannello Isotec in poliuretano con strato di ventilazione e marsigliesi in laterizio. In essa sono poi inserite le finestre per tetti VELUX in grado sia di illuminare gli spazi al piano superiore sia da amplificare l’effetto camino e di ventilazione naturale nella stagione calda grazie al differenziale di temperatura che si genera fra i due livelli e all’apertura del collegamento garantito dal corpo scala.

Materiali e uso della luce naturale

Lo spazio esistente, semplice e compatto e con un ottimo rapporto tra superficie e volume ai fini energetici, viene definito da materiali ricchi di eleganza con soluzioni a costo contenuto dove il contrasto tra gli intonaci, l’acciaio della scala e delle travi lasciato al naturale e il legno, dei pavimenti e del soffitto, definiscono un’estetica molto contemporanea con effetto loft garantito.
Rossana Severino mostra come il sistema intelligente di utilizzare acciaio, legno, gesso rivestito e superficie intonacata sia un modo sottile di rileggere la storia del luogo senza enfatizzarla, creando uno spazio a misura d’uomo dove una famiglia può sentirsi a proprio agio e aprirsi alla vita comune del cortile recuperato, al suo giardino e alla sua socialità. Lo spazio risultante è rilassante e accogliente, con grandi vetrate in grado di amplificare l’effetto di luce naturale e di fungere da captatori di ventilazione naturale che, per naturale effetto fisico, viene convogliata ai piani superiori e fuoriesce proprio dalle finestre per tetti. Al piano superiore la luce zenitale fredda consente di evitare fenomeni di surriscaldamento nella zona notte e di avere buoni livelli di comfort illuminotecnico.

Dinamismo delle città e riplasmazione del costruito

All’interno del cortile, su cui affacciano diversi proprietari e in generale famiglie, la velocità rallentata e lo straniamento dallo spazio costruito nella città all’esterno è in grado di creare un microcosmo magico. Un po’ come se rivivesse la corte di un’antica cascina lombarda, fatta di unità familiari ma anche di comunità che trova nel giardino centrale lo spazio di socialità e di armonia condivisa.
Le evoluzioni architettoniche e il confronto, dialettico, tra preesistenza e contemporaneità hanno segnato un nuovo sviluppo urbanistico e sociale delle città in grado di definire nuova identità urbana. Edifici apparentemente di minor pregio possono essere ricalibrati e adattati sfruttando sistemi a secco in grado di ridefinirne gli interni e semplici interventi di riqualificazione energetica (cappotti e serramenti) in grado di migliorarne l’impatto energetico.
Milano, recuperando gli spazi ex-industriali che ormai sono quasi il centro della città, ha così la chance di ricucire il centro storico a quella che una volta era periferia produttiva ma inquinante e che oggi in gran parte è solo una zona urbana in disfacimento. L’evoluzione delle costruzioni è una effettiva strutturazione di nuove realtà sociali, ad alta efficienza energetica, su residui industriali, ormai abbandonati, la cui stessa memoria sarà perpetuata proprio grazie al nuovo uso.
La nuova estetica post-industriale implica accettazione del nostro passato e conservazione attraverso la trasformazione. Più che di archeologia industriale si dovrebbe parlare di riplasmazione del costruito, assumendo che l’Italia non può essere un museo di tutto il suo passato (che ogni giorno aumenta).
Al contrario, consci di ciò che ci ha preceduto, i progettisti devono avere il coraggio di andare avanti, trasformare per consentire all’organismo-città di vivere e sopravvivere proprio attraverso il suo dinamismo, rivalutando le aree in disfacimento e di cui si è persa la ragione d’uso industriale.
Buddha diceva che “l’unica cosa costante è il cambiamento”. Ciò vale sicuramente per la nostra società e quindi per la città che ne è diretta espressione morfologica.
Progetto: Rossana Severino
Foto: Valentina Sommariva

AUTORE
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Marco Imperadori
Ingegnere, PhD, Professore Associato presso il Politecnico di Milano, titolare della cattedra di ...
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